De Benedetti e Google, questioni di democrazia e onestà concorrenziale

De Benedetti e Google. Presso il Forum mondiale dell’Editoria, il presidente del gruppo editoriale l’Espresso ha esaminato la situazione globale dell’editoria e del giornalismo, analizzando la preoccupante dominanza digitale di Google nella gestione della Global Research abbinata alla proposta pubblicitaria.

La pubblicità è una base della monetizzazione dei contenuti, lo stesso editore ha sottolineato come si propongano testi ma allo stesso tempo prodotti pubblicitaria, dinamica che cambia nelle modalità con l’evolversi degli spazi di lettura e media. Google fa paura secondo l’editore di l’Espresso perché non divide queste due realtà, il servizio di ricerca generale dei contenuti da altri servizi specializzati tra cui di proposta e visione pubblicitaria. Questo coinvolge l’utente perché questo viene analizzato e vengono sottratti in maniera anomala dati personali rigirati ad agenzie pubblicitarie e altro per fini di ricerche marketing e migliore attinenza dei banner o delle proposte pubblicitarie che compaiono durante la navigazione e l’uso dei servizi di ricerca. Carlo-De-Benedetti

De Benedetti e Google. “Google fa paura” è una frase espressa dall’editore di l’Espresso durante l’intervento al Forum dell’Editoria ma oltre a sottolineare una paura è il titolo di un saggio di Mathias Dopfner, amministratore delegato del Gruppo Springer. L’Editore De Benedetti afferma “io ho paura di Google, tutti noi abbiamo paura di Google” ed esamina approfonditamente i metodi anticoncorrenziali che il colosso di Mountain View utilizza per crescere e ricoprire un ruolo quasi dominante. “E’ una questione che va ben oltre agli affari” afferma l’Editore di L’Espresso.

“Prima di tutto – continua nel suo intervento – il monopolio privato dell’accesso digitale alla conoscenza è uno strumento di omologazione senza precedenti nella storia. E anche perché da anni ormai leggiamo che gli operatori digitali globali immagazzinano dati personali raccolti fuori da qualsiasi controllo, che ci riducono in balìa di chi ne fa illegittimo uso come le agenzie di sicurezza americane”. “L’incapacità da parte dei regolatori – continua De Benedetti su Google – di mettere potenziali concorrenti globali e locali su uno stesso piano favorisce la concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di pochi, con rischi per la natura stessa del capitalismo di mercato”. Gli editori non chiedono a politici e regolatori privilegi ma “un terreno di confronto uguale per tutti”.

Entrando nello specifico di Google De Benedetti afferma che una soluzione ci sarebbe per risolvere i problemi concorrenziali: “sottomettere i servizi di ricerca specialistica di Google alle norme che l’algoritmo della ricerca generale applica a tutti gli altri. Inoltre si potrebbe anche richiedere “una separazione delle proprietà o una separazione funzionale delle attività di General Search da quelle dei Servizi e Ricerca specializzati, a prescindere da fatto che tali servizi e attività siano attualmente monetizzati direttamente. Questa separazione funzionale potrebbe essere raggiunta proibendo l’uso dei dati raccolti tramite un servizio a beneficio di un altro servizio della società”.

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L’osservazione su Google di De Benedetti è stata però preceduta da un’analisi generale sulla situazione del giornalismo e dell’editoria, non si può dire che questi due mondi stiano finendo e un’analogia con il passato appoggia questa riflessione. “Alcune caratteristiche della situazione attuale, paradossalmente, non sono tanto differenti dall’esperienza dell’antico passato della stampa – quando i giornali non erano mezzi di massa e quando le informazioni erano distribuite e commentate dai clienti dei caffè tanto quanto dai giornali stessi. I Social Network oggi non sono poi così diversi”.

In questa disamina si nota anche una rottura con il passato in cui è nato il giornalismo. Tra contenuto e tecnologia ad esempio la parola “scontro” risulta anacrostica, fuori tempo, chi crea i contenuti deve affidarsi alla tecnologia per i servizi che consente di crearli, formattarli, pubblicarli e monetizzarli attraverso la pubblicità. La conclusione dell’editore alla fine dell’intervento ha richiamato il concetto di cooperazione al posto della parola competizione. In questo momento è importante cooperare per creare una piattaforma tecnologica con i servizi base di eccellenza minimi che servirebbero a supportare tanto il settore giornalistico quanto il business editoriale.

Fonte: Repubblica (intervento)

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